Play14 Milano 2018

Tre giorni di gioco e apprendimentodi e

La passione per… il mercato

Ricordo quanto piacesse a nonna andare al mercato, quello che nel paese organizzavano una volta alla settimana.

La sera prima sapeva cosa avrebbe indossato e i vestiti di nonno erano già piegati sulla sedia. Non si poteva perdere tempo l’indomani! Bisognava uscire presto per non farsi sfuggire le migliori occasioni. Ricordo quanto amasse girovagare per le bancarelle, annusare la frutta, toccare le stoffe, contrattare con i venditori; quanto mi piaceva vederla sorridere per quei lunghi corridoi di merci che invadevano le strade.

La mia passione per il mercato è nata da lì, e nel corso della mia vita, ho avuto la fortuna di vederne di meravigliosi. La Boqueria a Barcellona, con i colori e gli odori di frutta e verdura che dall’entrata si propagano fino a raggiungere la vicina Rambla; il Gran Bazar a Istanbul, con nuovi profumi che mandano in corto circuito l’olfatto, con tappeti e stoffe, con la frutta secca ed il tè per il ristoro; Porta Portese a Roma, tra vecchi giocattoli, oggetti d’antiquariato e reliquie appartenute a chissà quale nobile romano decaduto, con venditori che ti ammaliano raccontando storie fantastiche; e tu, rapito e felice, non puoi tornare a casa a mani vuote.

Be’, questi ricordi legati al concetto di mercato è possibile ritrovarli anche nella “non conferenza” a cui abbiamo preso parte. Come è andata quest’anno al Play14? In questo racconto a due voci fatto da Antonio [A.] e Francesca [F.] — che peraltro ha avuto anche un ruolo impegnativo nell’organizzare e gestire le tre giornate — speriamo di riuscire a trasmettere almeno un po’ dell’entusiasmo e delle concrete scoperte che hanno caratterizzato l’edizione appena passata.

 

Organizzarsi in una unconference

[A.] La sera del benvenuto al Play14 [1], conferenza italiana sul serious gaming, gli organizzatori ci hanno spiegato quale sarebbe stato il formato dell’evento: una unconference.

Avevo già sentito questo termine e qualcosa sapevo, ma non accuratamente; così, con attenzione ho ascoltato le parole di Giovanni e Pino, due entusiasti responsabili dell’organizzazione.

Le regole di una “non conferenza”

[A.] Una unconference si fonda su 5 illuminanti regole:

  • coloro che si presentano sono le persone giuste;
  • tutto quello che accade è la sola cosa che poteva succedere;
  • quando si comincia è il momento giusto per iniziare;
  • finisce quando è finito;
  • se non imparo o non ho nulla con cui contribuire alla discussione, meglio spostarmi altrove.

Questi semplici punti mi avevano già conquistato, ma mancava ancora una parte alla spiegazione: il programma.

Il programma di una “non conferenza”

[A.] Una unconference non ha un programma predefinito, perché lo stesso viene creato dai partecipanti ogni mattina, all’apertura della giornata.

Chi ha voglia di condividere con gli altri la propria esperienza, il proprio sapere, è libero di farlo, spiegando a tutti cosa intende proporre, il materiale di cui ha bisogno, il numero di partecipanti, l’oggetto del proprio workshop e i collegamenti con il mondo del lavoro.

Suggerisce un orario e un luogo all’interno dello spazio e così, a turno, fanno tutti coloro che hanno voglia di contribuire attivamente alla definizione del programma. Questo, come un puzzle, lentamente prende vita.

Marketplace

[A.] Questo momento si chiama marketplace. Non potevo credere alle mie orecchie! L’indomani ci sarebbe stato un “mercato”; ne avrei visto uno nuovo, fatto di quello che più mi piace, i giochi. Sono tornato bambino in un secondo, mi sentivo impaziente e felice come mia nonna.

Non vedevo l’ora di assistere al formarsi delle bancarelle: volevo vedere come si sarebbero riempite, come i venditori di giochi avrebbero offerto la loro merce e come il pubblico si sarebbe organizzato per le strade.

Questa felicità è stata ancor di più alimentata da alcuni giochi che, la sera stessa, sono stati organizzati per far entrare i partecipanti sin da subito nel vivo dell’evento.

 

Entrare nell’atmosfera giusta

[A.] Un “rompighiaccio” ha permesso a tutti di scaricare le tensioni della vita quotidiana, semplicemente lanciandosi contro palline di plastica colorate. Un altro ha dato a tutti la consapevolezza che per due giorni ci si sarebbe potuti fidare l’uno dell’altro: più di settanta persone disposte su due file, uno di fronte all’altro con le braccia tese a formare un lungo tunnel e una persona pronta a lanciarsi verso questa galleria, conscia che al suo passare quelle braccia, una ad una, si sarebbero alzate. E così è stato!

Ho visto individui lanciarsi con il monopattino, chi correre con un grido liberatorio, chi tentennare, ma poi chiudere gli occhi, prendere la rincorsa e… via!

Pronti? Si parte!

[A.] All’improvviso, una carica energetica genuina, positiva, frizzante si è propagata per tutto lo Spazio MIL, splendido scenario che per il terzo anno di seguito ospitava l’evento, e qui sarebbe rimasta fino al sabato pomeriggio. La si poteva toccare con mano, vedere, respirare. Lo spazio e le persone che lo popolavano sembravano paesaggi e protagonisti di un nuovo, magico cortometraggio di Hayao Miyazaki [3].

La sera del giovedì si è chiusa con due giochi di gruppo bellissimi e coinvolgenti: la versione gigante del marshmallow challenge e la costruzione di una grande pista per biglie per una gara all’ultimo “tocco”.

Il primo gioco ha visto cinque gruppi sfidarsi nella costruzione di un edificio che ricordasse una delle cinque città europee proposte dalla commissione, votato dai giudici in base all’altezza, alla resistenza, alla bellezza e alla capacità del gruppo di raccontarlo nella lingua della stessa città. Quante risate nel sentire improvvisati cittadini del Comune di Novosibirsk: “Da! Da! Matroska, Vodka… Da! Da!”.

Nel secondo, in collaborazione, è stata costruita una pista per biglie per una gara mozzafiato: a due giocatori per ogni squadra sono state legate insieme le gambe per lanciare, congiuntamente, la palla/biglia. Fantasia, coordinazione e anche un po’ di sudore, per chiudere la serata immaginandosi nuovamente bambini sulla spiaggia.

 

Giornate intense

[A.] All’indomani poteva prendere forma il mercato del venerdì mattina. Uno alla volta, i partecipanti hanno iniziato a presentare alla platea i propri giochi: c’era chi offriva nuovi rompighiaccio, chi con il Lego avrebbe aiutato i partecipanti a creare un esercizio di team building, chi aveva preparato con il figlio un gioco per spiegare la teoria dei vincoli o chi avrebbe insegnato a creare mappe mentali.

Qualcuno avrebbe creato un labirinto per facilitare la comunicazione nel team, altri avrebbero aiutato le menti a uscire dal tunnel, sviluppando nuovi spazi per il pensiero laterale e c’era chi avrebbe condotto la platea a rompere gli schemi, tuffandosi nell’improvvisazione teatrale e nella sperimentazione giullaresca di grammelot memoria.

I venditori non strillavano come al mercato di Porta Palazzo a Torino ma, come succede nel capoluogo piemontese, anche qui ognuno cercava di ammaliare il pubblico, sedurlo con fantasiose descrizioni e convincerlo a partecipare al gioco proposto. Il tutto fatto con sorrisi, con l’entusiasmo e l’allegria di chi sa che sta partecipando alla costruzione di un giorno colorato, felice, ricco di divertimento e profondi insegnamenti, perché, sì… giocando s’impara!

Finalmente il programma era pronto, i giochi potevano avere inizio ed io avevo nuovamente l’opportunità di girare per le bancarelle! Rispettando “la legge dei due passi”, per tutta la giornata, ho avuto modo di vedere e partecipare ad alcuni giochi che cercherò di riassumere.

Ampie possibilità di scelta

[F.] Sì, tante possibilità… ma scelta difficile, Antonio! Tutta presa nell’accoglienza ai nuovi arrivati (“Di che taglia preferisci la maglietta?”, “Qui una bottiglietta d’acqua, qui il badge per scriverci il nome… quello con cui preferisci essere chiamato oggi”, “E sì, naturalmente possiamo darci del tu!”), venerdì mattina mi trovo all’improvviso nella mischia dell’inizio dei giochi. Quale preferire? Ogni decisione comporta una rinuncia e no, non è per niente facile.

Per un po’ gironzolo, golosa, tra un gruppo e l’altro; e, visto che ciascun gioco si svolge in un angolo diverso del grande capannone industriale — oltre tremila metri quadratri che un tempo furono sede dei macchinari della Breda — per spostarmi scelgo anche io la fluida rapidità silenziosa di uno skateboard.

A tratti sento strilli e risate provenire dall’una o l’altra delle aree dedicate ai giochi, e subito mi precipito a cogliere spiccioli di qualcosa che continua a sfuggirmi. Colline di Lego su un tavolo, un cubo trasparente pieno di palline colorate, scatole piene di pennarelli, pile di rotoli di scotch e di Post-it multicolori. Trovarsi qui ora è come essere un bambino lasciato libero in una fabbrica di dolci.

Nell’area presieduta dall’Astronauta, un gruppo di persone in circolo tenta di organizzarsi senza potersi vedere, le teste infilate in sacchetti di carta. Nella zona di Godzilla, tentano di dialogare utilizzando soltanto i numeri. Un circolo più vivace degli altri mi attrae verso lo spazio di Mario …o si tratta di Luigi?

 

Zip Zap Boing

[A.] Uno splendido “rompighiaccio” in cui si chiede alle persone di disporsi in cerchio e dove il facilitatore spiega ai partecipanti che, nelle sue mani, risiede un’energia positiva che vuole condividere con tutti. Per fare questo ha a disposizione il comando Zip che consente di trasmettere l’energia a coloro che stanno alla sua destra o alla sua sinistra.

Per passare l’energia non solo si deve dire “Zip”, ma cercare il contatto visivo con l’altra persona e fare un gesto con le mani affinché sia chiaro che le si sta passando la positività. La persona che ha ricevuto l’energia positiva la girerà a sua volta a chi sta alla sua destra o alla sua sinistra.

Dopo qualche giro di Zip il gruppo è pronto per il comando Zap. Con questo comando, chi ha in mano l’energia può trasferirla anche ad altri, non solo a chi sta a sinistra o destra, senza dimenticare il contatto visivo e il gesto con la mano. Con Zip e Zap si vedrà fluire l’energia per tutta la stanza e i sorrisi riempire i volti.

Dopo qualche giro si può inserire il comando Boing. Con il Boing, chi ha in mano l’energia può decidere di rimbalzarla a chi gliel’ha appena trasmessa; il comando deve essere seguito da un esplicito gesto delle mani che faccia capire il rifiuto.

Tre semplici parole per creare armonia, ma allo stesso tempo porsi un’interessante domanda: “L’uso smisurato del Boing nasconde una qualche chiusura?”.

 

Il gioco delle coppie

[F.] Nel tempo che ci metto a capire che, fra le tante opportunità fornite dal marketplace di una unconference, una scelta è indispensabile, arriva l’ora del primo coffee break. E proprio qui incomincio a giocare anche io, realmente, pienamente. Nella conversazione, qualcosa mi sfugge.

Tra scambi di convenevoli e di indirizzi mail tra persone che cominciano appena a conoscersi, colgo domande come “Avete visto passare un cartone animato?”, “Ti piacciono i gusti piccanti?” o “Cerco il suono del silenzio, chi mi aiuta?”. È il mio primo Play14, cerco di orientarmi.

Poi qualcuno mi consegna una carta, raccomandandomi di averne cura e di non mostrarla ad altri; sulla carta, il nome del personaggio che dovrò impersonare. Anche per me comincia in quel momento la ricerca della mia metà perduta, e come tutti dovrò cercarla senza mai fare il mio nome, né il suo. I primi tentativi sono goffi: “Sono un guerriero medievale, ho ucciso un gigante”, ma nessuno mi riconosce. “Cerco il mio amore contrastato”. “Giulietta!!!”… “No”.

Trovare la propria… metà

[A.] Quante volte si partecipa a una conferenza o a un seminario e ci si trova, nei corridoi e nelle pause, a parlare sempre con le stesse persone? Questo perché ci si sente incapaci di intavolare una discussione con altri che non siano quelli con cui abbiamo condiviso i primi istanti.

Questo gioco aiuta a rompere le barriere, facilita la conoscenza generando un clima disteso che per osmosi si trasmette all’evento intero. Ma come funziona? È semplice. Si creano delle carte e su di esse si scrivono delle coppie di opposti o di complementari, chiaramente relazionati fra loro: il bianco e il nero, Batman e Robin, testa e croce e così via.

Quindi, ad ogni partecipante viene data una carta e lo si invita a cercare tra le persone il proprio opposto o complementare. Girando alla ricerca della propria proverbiale “metà della mela”, le persone, spinte dal desiderio di riunire la coppia, si sentiranno libere di parlare con tutti, lo faranno in un contesto che consente di ridurre la paura del giudizio e si regaleranno nuove conoscenze.

Qualche coppia si riunisce… e Play14 decolla

[F.] Sulle magliette nere di Play14 cominciano a comparire le prime “decorazioni” conquistate sul campo: pezzetti di scotch multicolore su cui ciascuno dichiara i giochi che l’hanno visto partecipe, così che gli altri conoscano un po’ meglio chi hanno di fronte, sappiano cosa chiedere, di che cosa parlare.

E infatti la conversazione tra i players si arricchisce, i rapporti si intrecciano. Qualcuno ha già rintracciato la propria metà perduta: “Sei tu, Cacio?”. “E tu sei Pepe!!!”. Abbracci. Foto. Intanto passano le mezz’ore e le ore.

 

It’s only my career, but i like it!

[A.] Crescita, sviluppo, successo. Sono queste le tre parole chiave che Luca, altro organizzatore dell’evento, ha offerto al gruppo affinchè si potesse allargare la prospettiva individuale in un’ottica di più alto livello, un serious game destinato ai dipartimenti di “Risorse Umane” per aiutare i percorsi di carriera.

La prima fase ha visto un brainstorming personale e in silenzio, per rafforzare la cerimonialità del momento, affinchè ogni partecipante esprimesse cosa intendesse e quali fossero gli aspetti determinanti per crescita, sviluppo e successo.

Nella seconda fase, a tre gruppi, uno per parola chiave, è stato chiesto di aggregare in concetti univoci quanto emerso e di creare una storia per raccontarli agli altri.

Sempre più immerso nell’analisi sistemica di nuovi percorsi di carriera il gruppo è stato poi diviso in due tavoli ai quali è stato chiesto di ragionare, prima individualmente e in seguito collettivamente, su un periodo significativo del proprio percorso professionale.

“Che cosa è successo?”. “Chi ti ha aiutato e come?”. “Cosa ti muoveva a farlo?”. Queste e altre domande presenti nelle story leading cards hanno facilitato la comunicazione per arrivare al popolamento di un grafico conclusivo che riassumesse .

 

J’accuse

[F.] Un gioco per liberare la voce, le gambe, le braccia e per sciogliere la tensione. Sei persone si posizionano in piedi, una accanto all’altra. La prima, facendo un passo avanti, declama con forza: “Io accuso!”. La seconda prosegue la frase dichiarando l’oggetto dell’accusa; può trattarsi di oggetti inanimati, di concetti, di idee, situazioni, condizioni meteorologiche, di qualsiasi cosa, purché non si tratti di persone. Un passo avanti: “I pantaloni!”. La terza persona argomenta l’accusa: “Perché sono corti!”.

Altrettanto fanno il quarto e il quinto partecipante, sempre con un passo avanti nel momento in cui parlano: “Perché sono larghi!”, “Perché sono brutti!”. Il sesto del gruppo più che un passo fa un balzo e afferma con forza: “Ecco qua!” e tutti gli altri gli fanno eco con un potente “Ecco qua!”.

A questo punto l’ultimo corre davanti agli altri, si mette all’inizio della fila e ricomincia: “Io accuso!”. Quando tutti hanno lanciato la propria accusa e il gioco si conclude, ciascuno è più sveglio, più rilassato e riprendere il lavoro sarà facile.

 

Esci dal tunnel

[A.] Un viaggio all’interno del nostro cervello, alla scoperta dei nostri limiti e dei blocchi che l’esperienza pone alla capacità di pensare differentemente, di sviluppare il pensiero laterale che potrebbe aiutare la nostra mente a vedere cose nuove oppure le stesse, ma da un nuovo punto di vista.

Spesso confondiamo cervello e mente, ma sono due entità ben distinte. Il primo vive in una posizione passiva, nutrendosi empiricamente di quanto accade al suo interno, ma di sovente c’imprigiona in schemi di risposta che sono sempre i medesimi e che non ci consentono di uscire dai blocchi e dai filtri di quanto già sappiamo oppure ci hanno detto di non poter fare. La seconda ha una posizione attiva, ma di rado riesce a supportare il cervello perchè questo risponda in modo innovativo, creativo o semplicemente dissimile.

Questo gioco rompe le rigide strutture cerebrali e lo fa divertendo, con sorrisi che si propagano nell’aria e voli pindarici che catapultano i partecipanti in mondi di fantasiosa esplorazione. Le persone vengono divise in tavoli ed ad ognuno viene chiesto di immaginare di dover attraversare un fiume e di scrivere, in pochi minuti, le possibili risposte alla domanda: “Come lo attraverso?”.

Iterazioni e pensiero laterale

[A.] Nella prima iterazione le menti sono ancora chiuse e le risposte sono elementari, scontate: in barca, in motoscafo, a nuoto, con una zattera… Ma non ci si può accontentare di una mente così poco fantasiosa e Nunzio, maestro di cerimonie, aiuta la platea a smuovere i pensieri instillando nelle persone nuove chiavi di lettura.

La seconda iterazione porta a risultati sorprendenti: con le mani alzate, con l’accendino, con un sorriso, con il secchiello. Ma anche ora Nunzio non pare soddisfatto, sa benissimo che la mente è stata aperta, gli basta sfregare ancora un pò la lampada di Aladino perché escano risposte sbalorditive: con le ascelle depilate, abbronzato, innamorato, vestito da Paperino, nudo con le mani in tasca, ubriaco di musica, campione del mondo.

Ora che il pensiero laterale ha preso il sopravvento le persone sono pronte a mettersi in gioco con problemi seri cercando di risolverli:

  • Povertà (più di 900 milioni di persone vivono con meno di 2 $ al giorno);
  • Sovrappopolazione (nel 2050 saremo circa 10 miliardi di persone… come verrà gestita la cosa?);
  • Plastic pollution (ogni giorno, vengono versate in mare 720 tonnellate di plastica; inquinano il mare, i pesci e di conseguenza noi e gli altri animali che li mangiano);
  • Surriscaldamento globale (aumento delle temperature medie fino a 2 gradi in questo secolo).

Ciò che si apprende da questo gioco è che, anche per problemi di difficile risoluzione, ci si sente liberi di guidare la mente verso territori fino ad allora inesplorati: si è usciti dal tunnel del “pensiero obbligato” e lì dentro non si vuole più tornare!

 

La macchina per fare

[F.] Si stenta a riprendere il ritmo dopo la pausa pranzo? Il team è affaticato? Oppure lo è il coach e la squadra ne risente? Nessun problema! Cinque minuti di “macchina” e le batterie si ricaricano.

Gioco energizzante, semplicissimo ed efficace, non richiede alcun materiale e può essere giocato in qualsiasi spazio, senza limite di giocatori. Certo, potrebbe diventare rumoroso… ma è l’energia che scorre: let it flow!

Si costruisce una macchina; per partire, è sufficiente decidere a che cosa servirà. Noi scegliamo di costruire una macchina per fare Elena. Al centro, Elena. Accanto a lei il primo ingranaggio: qualcuno che solleva il suo braccio e lo abbassa ritmicamente, facendo un rumore specifico. Secondo ingranaggio, secondo rumore; terzo ingranaggio terzo rumore e così via, in un ritmo che via via si armonizza e si fa musica.

La produzione aumenta, il mercato chiede… più veloce, più veloce! Macchine lunghe, macchine fitte, macchine che sono un groviglio di gambe e di braccia. Le risate sono assicurate e l’energia è di nuovo al massimo: si può tornare al lavoro.

Continuano gli abbinamenti

[F.] E, nel frattempo, si sono incontrati Acqua e Fuoco, Stanlio e Ollio, entrambi barbuti e occhialuti, Barbie e Ken; e poi Fedez e Chiara, Tarzan e Jane, perfino Dungeons e Dragons. Ma della mia metà, nessuna traccia. “La mia storia è cantata in un dramma musicale romantico…”. “Ginevra?”. “No”.

Ma non sono sola: diverse metà spaiate si stanno ingegnando per cercare chi le completi. Sulle magliette ormai coperte di decorazioni conquistate sul campo compaiono anche dei Post-it, più o meno grandi, ermetici a volte (“D’oh!”), o un po’ più evidenti (“Cerco il primo uomo nell’Eden”). Mi sembra una buona idea. Armata di marker rosso scrivo anche io il mio appello e me lo attacco sulla schiena.

 

Happy salmon

[A.] Prendi un mazzo di carte e riunisci un gruppo di persone; dài loro un numero uguale di carte per quanto ti consente di fare il mazzo stesso. Spiega ai partecipanti che le carte che avranno a disposizione possono essere solo 4:

  • dai il pugno;
  • batti il cinque;
  • fai un giro;
  • happy salmon, ossia con la mano dovrai toccare quella di un altro e fare un verso, difficile da descrivere a parole 🙂

Lo scopo del gioco è quello di trovare nel gruppo la persona che ha la stessa carta ed effettuare l’azione. Vince chi termina per primo le sue carte.

Un gioco semplice, di facile e rapida esecuzione che sprigiona un allegra confusione che ricorda le ronde di pizzica nelle sagre estive salentine, un momento per rompere il ghiaccio o risollevare velocemente l’energia.

Lo scopri, lo giochi, te ne innamori e lo vuoi giocare per strada con perfetti sconosciuti!

 

Elevator

[F.] Tre squadre, un tabellone, dadi e carte; un ascensore per salire di livello in livello. Gioco pensato per accompagnare gli startupper nel loro percorso, portandoli a interrogarsi su cosa sia necessario, utile, opportuno nel realizzare la loro idea.

A ogni squadra è assegnato un target; a ogni turno, avrà il tempo di un pitch per convincere i valutatori riguardo alla validità dell’idea, alla capacità di suddividersi i compiti in maniera efficace all’interno del team, all’opportunità di finanziare il progetto. Logo, slogan, luogo e tempo di realizzazione, budget, sostenibilità: tutto si affronta nel percorso verso i piani più alti.

Anche per chi con le start-up non lavora, Elevator è un ottimo modo per mettersi alla prova come squadra, far emergere le competenze, utilizzare al meglio il tempo disponibile; e, naturalmente, divertirsi.

 

Gibberish

[A.] Un giorno, in un angolo remoto dell’universo, nasce quasi per magia una nuova forma di energia. È alimentata dal grammelot di Dario Fo, dal flusso di coscienza di James Joyce, dall’arte surrealista spagnola di Dalì, Picasso e Mirò, dalla voce ruvida di Rino Gaetano, dalla teoria della relatività di Einstein,dalle magistrali movenze di Totò e Chaplin, dalla leggiadria in volo di Nureyev nel “Lago dei Cigni”, dal tango di Piazzolla, dal molleggiare di Celentano e dalla sua Prisencolinensinainciusol, dal desiderio di libertà espresso da Kerouac con Sulla strada, dalla poesia toccante di Alda Merini e dalle parole di No te rindas di Mario Benedetti, dalla forza dal graffitismo di Basquiat e dalla pop art di Warhol, dall’intro a Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band dei Beatles e dalle vibrazioni di Satisfy My Soul di Bob Marley.

Una tale energia non può rimanere in questo stato senza forma: ha bisogno di trasformarsi in materia e inizia così il suo viaggio verso il nostro pianeta. Si tuffa negli oceani e nuota insieme a squali, orche e balene per poi fuoriuscirne al salto di un delfino e librarsi nell’aria con il volo di un falco. Tra le sue ali attraversa la terra toccando le Ande, sfiorando le Alpi, lanciandosi in picchiata dall’Everest e fermandosi alle pendici del Kilimangiaro.

Qui, sul dorso di elefanti e ippopotami, leoni e gazzelle, giraffe e serpenti raggiunge le coste della Libia e si unisce al viaggio dei migranti, ai loro sogni, alla loro speranza, alla loro sofferenza, alla loro gioia di vivere e raggiunge finalmente il territorio italiano.

È nel nostro bel Paese, nell’entroterra marchigiano, che finalmente trova casa e può concludere il suo lungo percorso di trasformazione. Il suo nido ha le fattezze di Lucia, una minuta donna dagli occhi lucenti, un sorriso contagioso e una mente sempre pronta ad “uscire dal tunnel”.

Il senso oltre le apparenze

[A.] È lei che dona al play14 questa energia, il Gibberish, sprigionando per lo spazio risate, gioia, danze, amore, libertà, poesia, musica, rumrtuy, greie, hurpp, dhyro y ryrodk, pdhre, dprrudks, djope e shaoap. Trute ruqqps wweod qwqwp druewi, urasdpjs sywie, qoerp dhduroe euoqs dpiq dhqyo dyria dytoe qdhdsfyo fqqqwer dptewr cqwwrp dhwuro drwew qwwr sdjqye scyrie osdyo dyeyr siqueo.

Se ti stai chiedendo se quanto scritto sopra sia frutto di uno “scivolone” sulla tastiera, ti rassicuro, non è così! Ha un senso, ma non posso spiegartelo, non posso descrive nel dettaglio in cosa consiste il Gibberish perchè va sperimentato, vissuto, goduto, lasciato entrare nelle viscere.

Per una vita più felice ti consiglio caldamente di riconnetterti con il bambino che è in te; dotati del coraggio di sperimentare, lasciati travolgere da questa energia e per giorni riecheggeranno dentro di te le parole:

chi ama l’amore e i sogni di gloria

chi ha crisi interiori, chi scava nei cuori

chi ha torto o ragione, chi è Napoleone

Ma il cielo è sempre più blu!

 

Sentire/Ascoltare

[F.] Lucia ci ha fatti parlare con i numeri e con parole che non esistono in nessun linguaggio noto. Nell’attività proposta da Fabio, siamo riusciti a intenderci e a organizzarci, più o meno bene, usando al contrario soltanto le parole, con i sacchetti in testa. E se non fosse possibile?

Fabio non sente. Fabio ha imparato a parlare. Fabio ha dedicato ad Anna una bellissima canzone d’amore, e non ha paura nel farci ascoltare la sua voce che la intona. Fabio ci insegna che per capirsi è fondamentale essere concentrati tanto su chi dialoga con noi quanto sul mezzo che usiamo e sul messaggio che intendiamo trasmettere.

Metà di noi ha i tappi nelle orecchie, e capisce poco. Scopriamo che, appoggiandosi schiena contro schiena, ci si sente meglio, che questo accade grazie alle vibrazioni, che lo stesso vale quando ascoltando la musica teniamo in mano un altoparlante. Scopriamo che a volte con le orecchie tappate è più facile capire, perché le interferenze si smorzano ed è più facile concentrarsi.

Giocando scopriamo anche che, se una conversazione a due è sostenibile, una chiacchierata fra tre o più persone che si interrompono o parlano contemporaneamente diventa facilmente ingestibile per chi non sente; e impariamo che il rispetto delle norme del conversare, oltre a permettere il miglior funzionamento del team, si rivela anche una forma importante di inclusione.

 

First impressions

[F.] Le attività sono tante, e molte di esse coinvolgono molto a livello emotivo e cerebrale: a fine conferenza, quindi, per quanto arricchiti di esperienze, siamo stanchi. Ma facciamo ancora un ultimo gioco, facile facile, che ci propone Nicola.

Nicola è un attore ed è abituato ad essere osservato. Anche ora si mette in piedi di fronte a noi, la sua platea, e sta là, fermo, per tre minuti di fila. Noi intanto prendiamo appunti su tutto quanto ci sembra di poter intuire di lui: gli piace correre, è coraggioso, gioca a tennis, è goloso — oppure no, non lo è affatto —, ha molti fratelli, è stato un bambino timido.

Alla fine Nicola raccoglie i nostri appunti anonimi e li legge. Curiosamente, diverse osservazioni si somigliano tra loro. E proprio qui è la ricchezza: se a uno solo sembriamo, ad esempio, indecisi… chissà, sarà un’impressione.

Ma se scopriamo di sembrarlo a molti, e magari noi ci sentiamo molto determinati, ecco… allora là c’è forse qualcosa su cui lavorare, un aspetto di noi stessi su cui indagare. Un tesoro prezioso, queste osservazioni, per chiunque di noi — coach, formatori, allenatori, manager, terapeuti, insegnanti, volontari, attori… — abbia a che fare nel suo lavoro con gruppi di persone.

Quello di Nicola è un gioco apparentemente facile; ma forse non la pensano così i volonterosi che si sono prestati a esporsi per quei tre lunghissimi minuti senza ridere, senza parlare, senza muoversi e senza potersi nascondere dietro una qualsivoglia maschera. Bravi!

Un lieto fine… per il gioco delle coppie

[F.] Intanto Eva ha incontrato il suo Adamo, Cenerentola il Principe Azzurro. E poi si sono ritrovati Holly e Benji, Testa e Croce, due esilaranti Sotto e Sopra… ma la mia metà, dove si trova? Sento un tocco leggero sulla spalla: “Leggenda medievale? Amore contrastato?”. Una speranza fa capolino; rispondo ancora incredula, cauta: “Principessa irlandese?”. Un sorriso: “Erede al trono di Bretagna?”. Ormai rido: “Antonio ma sei tu… la mia Isotta?” “Francesca... Tristano!” e sono abbracci, risate e commozione vera.

 

Cosa resta di Play14 Milano, edizione 2018

Sono state giornate intense, coinvolgenti, ricche di scoperte e di esperienze da far sedimentare e su cui i partecipanti potranno riflettere con calma, per attualizzarle nelle rispettive aree di intervento: tra noi ci sono coach, insegnanti, formatori, manager e persone che svolgono tante altre attività, e ognuno potrà valutare quanto e cosa si applica nella propria realtà.

Dopo ogni mercato si sa, è tempo per gli addetti alle pulizie di entrare in azione con camion, scope e pompe d’acqua. Bisogna ridare le strade che lo hanno ospitato alla cittadinanza o semplicemente rendere l'area fruibile per il giorno seguente.

Così anch’io sabato sera, quando l’evento è ormai concluso e venditori e acquirenti di giochi hanno lasciato le bancarelle, mi metto a riordinare lo spazio girando con il monopattino con cui ore prima mi ero cimentato in una gara all’ultima rotella.

Nel silenzio dell’ambiente i miei pensieri vanno alle splendide persone conosciute, al loro entusiasmo, alle loro risate, alla loro voglia di scoprire e all’energia che tutti insieme sono stati in grado di generare.

Non riesco ad andare via, non voglio andar via. Mi siedo in un angolo, chiudo gli occhi e penso a lei: “Nonna, questo mercato è per te!”

 

Riferimenti

[1] #play14, edizione italiana

http://www.play14.it/

 

[2] Lo Spazio MIL dove si è tenuto l’evento

http://www.spaziomil.org/

 

[3] Hayao Miyazaki, regista giapponese di film di animazione

https://it.wikipedia.org/wiki/Hayao_Miyazaki

 

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Pubblicato nel numero
241 luglio 2018
Umanista curiosa e resiliente, mentor di studenti-imprenditori, ideatrice e organizzatrice di eventi. Appassionata di parole. Convinta che la motivazione, la comunicazione efficace, la semplicità e la tensione al miglioramento continuo possano aumentare la felicità di ciascuno sia nel lavoro sia nella vita, ha scelto di dedicare le proprie energie e…
Sono un fresco amante dell’agilità, affascinato dalle metodologie apprese ed entusiasta nello scoprirne di nuove. Faccio del primo valore del manifesto “persone ed interazioni prima di processi e strumenti” la mia stella polare nel mezzo del mio viaggio professionale, che da poco mi vede apprendista nell’arte dell’ "agile coach”. Collaboro…
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