“Dockerizziamo” OpenWhisk

III parte: Docker rundi

Introduzione

Apache OpenWhisk è un sistema serverless molto flessibile, sviluppato come progetto open source alla Apache Software Foundation. Abbiamo già visto nelle prime due parti come compilarlo e come creare una immagine Docker per lanciarlo. In questa terza parte concludiamo spiegando come lanciarlo, il che richiede un certo numero di opzioni da specificare.

 

Lanciare l’immagine Docker

Siamo pronti per lanciare la nostra immagine Docker, ma dobbiamo ricordarci subito che, per funzionare, generalmente le immagini richiedono un certo numero di parametri.

Quindi se facciamo semplicemente

docker run sciabarracom/openwhisk-standalone:2020-07-01

non funzionerà! Ecco una breve lista di informazioni che dobbiamo passare all’immagine, e che saranno essenziali per scrivere la configurazione per eseguirlo su Kubernetes:

  • dare un nome e un hostname all’immagine;
  • specificare reti e porte da utilizzare;
  • montare volumi;
  • specificare variabili di ambiente;
  • eventualmente passare argomenti alla riga di comando.

Utilizzeremo queste informazioni per scrivere uno script di avvio.

 

Diamo un nome al nostro container

Quando lanciamo un’immagine, con il comando docker run viene creato un container a cui viene dato un nome generato casualmente tipo nice_nightingale o giù di lì. Per quanto pittoresco, questo nome di solito non è molto utile quindi è meglio poterlo specificare direttamente.

Inoltre è opportuno dare un “hostname” al container, in quanto questo nome viene utilizzato per “riferirlo” da altri container. Quindi utilizzeremo qualcosa come:

--name openwhisk –h openwhisk --rm

Notare che abbiamo aggiunto il flag –rm, che serve per rimuovere il container automaticamente quando viene arrestato. Questo perché OpenWhisk non ha bisogno di preservare nulla — userei un volume in quel caso—  ma se provassi a lanciarlo nuovamente specificando un nome fisso otterrei errore in quanto esiste già: in questo caso dovrei invece riavviarlo nuovamente.

 

Impostare la porta e il network

Passiamo adesso al network e alle porte esposte. Occorre sapere che ogni container è eseguito in un network “virtuale” che non è lo stesso in cui sono eseguiti gli altri programmi del vostro computer. Questo è fatto per motivi di protezione e isolamento.

Quindi, se volete accedere al container, dovete attaccarlo al network usato dal vostro computer. Questo network è reso accessibile tramite una rete interna di docker che chiama bridge; è appunto un bridge in senso TCP/IP che collega il network della vostra macchina al network interno di Docker.

Poi OpenWhisk standalone richiede due porte TCP: 3232 e 3233. La prima viene usata per accedervi con il comando wsk con una API, e la seconda per il playground.

Quindi occorre specificare, dopo run e prima del nome dell’immagine, i parametri:

--network bridge -p 3822:3288 –p 3289:3828

Se ci dimentichiamo di specificare questi parametri, semplicemente non potremo accedere al servizio che è eseguito dentro il container.

 

Montare i volumi

Creare un’immagine è paragonabile a creare il disco iniziale di una macchina virtuale. Quando viene lanciata, si crea un container, che è un filesystem temporaneo che contiene l’immagine ma è scrivibile. L’applicazione dentro il container può utilizzare questo filesystem.  Però è un filesystem temporaneo che viene immediatamente distrutto quando il container viene eliminato.

Se si vogliono preservare dei dati — per esempio i file di database — occorre fornire all’immagine un filesystem non transiente che non viene eliminato. Ecco, i volumi sono proprio questo. Si utilizza il parametro –v per “montare” un volume in un container. I volumi sono utilizzati anche per montare directory o singoli file, anche speciali (come i socket).

Nel nostro caso, OpenWhisk standalone non ha bisogno di volumi, ma ha bisogno di leggere e scrivere in un file speciale: il socket di comunicazione con Docker. Per questo motivo dovremo montarlo come volume. Infatti, se lanciamo la nostra immagine senza questo parametro, otteniamo subito un errore:

/usr/bin/docker: Cannot connect to the Docker daemon at unix:///var/run/docker.sock. 
Is the docker daemon running?.

La soluzione è aggiungere il parametro:

-v /var/run/docker.sock:/var/run/docker.sock

Attenzione: se lanciate il comando da Windows, dovete raddoppiare il primo slash (-v //var).

 

Variabili di ambiente

Un altro importante aspetto da considerare sono le variabili di ambiente che sono il modo privilegiato con cui si passano parametri alle applicazioni. In particolare, qui dobbiamo specificare la variabile di ambiente HOST_EXTERNAL che è la variabile usata per indicare il nome dell’host pubblico. Nel nostro caso è localhost (lo useremo solo localmente per ora) quindi il parametro da aggiungere è:

-e HOST_EXTERNAL=localhost

 

Conclusioni

Se non avete la pazienza di digitare i vari comandi presentati, potete trovare il Dockerfile giá pronto a questo indirizzo:

https://github.com/openwhisk-blog/learning-kubernetes

Il dockerfile e gli script di supporto sono nella directory openwhisk-docker-image. Potete eseguire la build con il comando:

docker build . -t sciabarracom/openwhisk-standalone:2020-07-01

Ci mette un po’, ma alla fine avrete la vostra immagine Docker fatta in casa! Potete comunque risparmiarvi la fatica di fare la build semplicemente utilizzando l’immagine che ho pubblicato su Docker Hub per questo articolo come:

sciabarracom/openwhisk-standalone:2020-07-01

Per lanciarla, dovrete usare il comando con tutti i parametri che ho descritto prima, e che riepilogandoli sono i seguenti:

docker run -ti \
-h openwhisk --name openwhisk --rm \
--network bridge -p 3232:3232 -p 3233:3233 \
-v /var/run/docker.sock:/var/run/docker.sock \
-e HOST_EXTERNAL=localhost \
sciabarracom/openwhisk-standalone:2020-07-01

In pratica, basta che copiate e incolliate questo comando nel prompt e… dovreste avere OpenWhisk locale up-and running senza doverlo ricompilare da zero. A questo punto potete creare funzioni serverless usando wsk come descritto nel primo articolo.

 

Riferimenti

[1] Michele Sciabarrà, Learning Apache OpenWhisk: Developing Open Serverless Solutions. O’Reilly, 2019

https://g2g.to/dBgA


[2] Videocorso in italiano su Nimbella

https://bit.ly/intronim

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Pubblicato nel numero
276 ottobre 2021
Michele Sciabarrà, CTO della Sciabarra srl (ma vah!) si occupa di Java da... molto tempo. Per esempio nel 1996 ha scritto il primo articolo su Java, sulla storica rivista Computer Programming, e ha partecipato alla prima conferenza italiana su Java, presentando alcune delle sue applicazioni, tra le prime in Italia…
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