I tre moschettieri... venti anni dopo

Storia raccontata da uno dei fondatori della rivistadi

Quando, da ragazzino, lessi I tre moschettieri rimasi colpito dal titolo del secondo libro della trilogia, Vent'anni dopo. Vent'anni mi parevano un'enormità che non riuscivo a focalizzare. I vent'anni precedenti erano gli anni '60, un mondo totalmente diverso da quello in cui vivevo. Poi quei vent'anni prima entrarono nel dominio dei miei ricordi: prima gli anni '70 delle elementari e poi gli '80 delle superiori.

Finché qualche settimana fa Giovanni mi scrive e mi chiede un pezzo per i vent'anni di MokaByte. Porca miseria...

Nel settembre del 1996 stavo facendo il mio dottorato, avendo da circa un anno capito che l'università italiana non era quello che pensavo; per cui mi ero dedicato al trasferimento tecnologico più che alla ricerca e quindi studiavo le tecnologie che avrebbero probabilmente dominato il panorama industriale. Un nuovo linguaggio di programmazione in particolare mi intrigava... Se ricordo bene, iniziai a partecipare alle discussioni su Usenet (qui gli “anziani” vanno con i ricordi) e sulle mailing list (la californiana strong-java e l'italianissima java-it): lì mi trovò Giovanni e poi mi contattò, insieme ad un manipolo di collaboratori, per la sua assurda idea della rivista.

Il mese successivo uscì il numero uno di MokaByte. Poco dopo iniziammo a fare le prime conferenze in Italia: l'inizio, per tutti noi, di una ventennale carriera professionale. Giovanni... un grande.

Vent'anni dopo sono ancora esperto dell'ecosistema Java e di architetture (ma da un po' mi occupo anche di metodi di sviluppo test-driven & dintorni, di qualità del software e continuous integration). Ci ho fatto consulenze in quasi tutti i campi industriali, inclusa la Formula 1 – con le due vittorie di Fernando Alonso.

Ma ora io conto poco: Giovanni mi chiede cosa penso di come è andato il mondo IT in questi vent'anni.

Java è vivo e vegeto e si è radicato in legacy. È sopravvissuto a mille cambiamenti, inclusa la morte della mitica madre, Sun Microsystems (oggi è leggenda). Qualche tempo fa pensavo che Java sarebbe stato in grado di accompagnarmi alla pensione; ora non sono affatto sicuro che andrò in pensione, visti i chiari di luna, e quindi lasciamo perdere ogni previsione.

Per molte cose il mondo è andato in una direzione molto diversa da certe attese. Le magnifiche promesse dell'open source sono state ridimensionate. Si pensava che bastassero meritocrazia e buon governo perché una comunità di sviluppatori totalmente eterogenea potesse realizzare qualsiasi cosa. Invece si è visto che o c'è un'azienda solida con un preciso modello di business, oppure si ha scarso o nessun successo. Linux ha conquistato i server, ma ha fallito il desktop. Apache Harmony è affondato appena IBM ha spostato il suo impegno su OpenJDK. I linguaggi di programmazione più diffusi hanno una multinazionale alle spalle; mentre altri di belle speranze, ma orfani, sono rimasti in una nicchia.

Le tecnologie che chiamavamo “palmari” sono diventate dominanti come ci si attendeva (nel 1999 ero a San Francisco a fare la coda per comprare in anteprima il primo Palm Pilot con JME) e creano un immenso giro d'affari, ma se chiedete a me il 99% delle app su uno smartphone è roba inutile. Per non parlare dei modelli di sicurezza falliti: nel giro di pochi aggiornamenti le app chiedono tutti i permessi possibili. Tanto della sicurezza non si preoccupa quasi più nessuno. Vedo sempre più persone camminare per strada a testa china, schiave del loro aggeggino... Certi temevano l'impianto del chip sotto pelle, ma non ce n'è stato bisogno: è stato sufficiente dotarlo di una bella interfaccia grafica. Be', sul mio telefono il numero di applicazioni decresce col tempo.

Vedo il cloud che avanza in certi settori. Bello per molte cose. Ma non mi persuade questa dissoluzione del perimetro dell'azienda (o di casa propria) e questa virtualizzazione degli spazi. Peraltro dicono che i dati in cloud siano indistruttibili... Eppure c'è chi si pone il dubbio su cosa succederebbe se si ripetesse una tempesta solare come quella del 1859.

In generale trovo che ci sia un'enfasi messianica sulla tecnologia totalmente ingiustificata, peggiorata dal totale disprezzo per la metafisica. Credevamo che scienza e tecnologia ci avrebbero liberato da molti lacci, invece ne siamo diventati schiavi.

Rimanendo comunque una certa passione per il mio mestiere, anche per il piacere di fare le cose bene oltre il mero adempimento, in me si è verificato un capovolgimento di priorità. Oggi “amo” le mie macchine fotografiche più della IDE; leggo con più gusto Sant'Agostino e Santa Ildegarda che non un libro di architetture. Vedo grosse nubi, non all'orizzonte, ma già sopra di noi. Però ho la sensazione, un po' più di una speranza, che quando Giovanni mi chiederà di scrivere un pezzo per i quarant'anni di Mokabyte, be', allora sarà un mondo più luminoso. Ma non sarà la tecnologia ad averci salvato.

PS Una piccola chicca, che non ho mai rivelato (certamente in molti se ne sono accorti). Uno dei miei primi articoli su RMI... conteneva un errore clamoroso! La cosa mi ha tormentato per qualche tempo.

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Fabrizio Giudici ha iniziato a occuparsi di Java durante il suo dottorato di ricerca, concluso nel 1998 presso l‘Università di Genova e focalizzato sulle applicazioni industriali della tecnologia di Sun. In quegli anni ha iniziato la collaborazione con MokaByte, scrivendo articoli tecnici e partecipando al gruppo di consulenti che iniziavano…